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Gianni Mura. Cuore, pedali e calcio balilla, la passione corre in salita

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Incontrare Gianni Mura significa prepararsi al fatto che ti cambierà nome e cognome, perché il grande giornalista sportivo, «la Bibbia» vivente del Tour, mescolerà a mente le sillabe, e quel che il battesimo ti ha dato lui te lo anagramma. Calcio Balilla e Gianni Mura a VeronaLa sottoscritta è diventata un branco di sardine. A Mura piace giocare e lo riveliamo perché per il giornalista de «la Repubblica» la storia di uno sportivo è fatta soprattutto di ciò che fa di lui un uomo. Quindi gli rendiamo la pariglia: ama giocare, appunto, a dadi, a carte, ma specialmente a calciobalilla. Al primo piano della sede milanese del quotidiano s’è fatto portare un calcetto balilla e Mura, squadra volpe d’argento, mostra con orgoglio i calli da mediano sinistro e da attaccante destro che ha sulle mani. Poi ama scovare locali dove si mangia bene (e scriverne, anche) e conosce a menadito la geografia della provincia di Verona, compresi i piccoli paesi, laddove è puntellata da trattorie sincere. Ancora adesso, come da ragazzo, ama i cantautori. Difatti voleva diventare medico o cantuatore: per fortuna è stonato e quindi è da quando ha vent’anni che scrive di sport in modo unico. Mura ha il globulo rosso della scrittura in genere e di quella del ciclismo in particolare. È «dopato» rispetto il giornalismo sportivo, anche se parlare di doping con lui è nominare uno dei suoi nemici acerrimi, sempre in agguato a smentire gli entusiasmi per un ciclista che compie un’impresa.
Ora le imprese più belle del Tour raccontate da Mura, sono state raccolte dalla casa editrice Minimum fax, nel libro «La fiamma rossa», Storie e strade dei miei Tour, a cura di Simone Barillari, resoconti dei giri dal 1967 al 2005. Il ricavato del libro va ad Emergency, perché «così è giusto e perché mi sembra di non aver affatto lavorato per questo libro».
Come ha iniziato a fare il giornalista?
Per caso. Al liceo ero il primo della classe in italiano. Una mia compagna, figlia del direttore amministrativo della Gazzetta, a settembre mi informò che al giornale cercavano ragazzi allo sport. Scrivevo per il giornale del liceo, quelle recensioni di film turchi sottotitolati in turco, ma accettai e con l’atteggiamento da intellettuale snob che avrebbe preso il posto di Moravia nella terza di cultura, pensai che sarei rimasto sei mesi. La vita di redazione mi affascinò subito. Mi iscrissi a lettere moderne e i pomeriggi li passavo nell’archivio della Gazzetta e leggevo Gianni Brera. Dopo tre mesi, mi chiesero di intervistare Giordano, attaccante del Milan. Portai un pezzo scritto «alla Brera». Il direttore lo prese in mano come un topo morto e mi disse che dovevo riscriverlo, se volevo che diventasse un buon cappello da muratore. Al Tour andai poco più che ventenne perché un redattore si spaccò la testa in un incidente. Mai vista una bicicletta. Mi presentai in giacca e cravatta. Mi scambiarono per uno che voleva autografi e mi mandarono a quel paese. Poi filò tutto liscio: una volta i redattori esperti aiutavano i ragazzi.
Allora il ciclismo, inutile dirlo, era un’altra cosa.
Lo sport era un’altra cosa e scrivere di sport era un’altra cosa. Non c’era la tv ed eri tu occhi, naso e orecchie della corsa, del campione di calcio. Eri i colori, le facce, le espressioni, gli alberi, la luce, gli umori. Tutto il resto era immaginazione. Come io fantasticavo sui Pirenei dove si arrampicavano i ciclisti, così succedeva agli ascoltari della radio e ai lettori. Ora i campioni di calcio sono inavvicinabili. Non si può quasi più entrare negli spogliatoi, se si esclude il Chievo (di cui è tifoso, nrd) e i calciatori sono specie di divi holliwoodiani che vanno alle sfilate di Armani o a fare gli opinionisti. Ce li vede Bartali o Coppi alle sfilate? Giorgio Bocca ricordava che la grande Torino la si vedeva giocare a biliardo al bar. Erano parte della loro comunità, ora non più.
Ma allora, nemmeno il Tour affascina più?
A me affascina ancora. Mi sto già organizzando per luglio 2009: il ciclismo è ancora l’unica situazione in cui chi va in fuga non è un vigliacco Certo, non è più come quando potevi stare a tu per tu col corridore in corsa. Ora il Tour avrebbe un seguito di 300 giornalisti, condizionerebbe il giro stesso, perciò mi sono messo in pari e guardo la tv quando penso che tutti vi stiano davanti, però seguo i ciclisti anche per le vie, per i paesi. Si può ancora raccontarlo, non ha limiti di campo, è ancora lotta di un uomo con se stesso, con il suo corpo, con sole, neve, pioggia, un cane che attraversa la strada, la caduta, la vita, la morte, l’indefinibile. 150 ciclisti al Tour, sono 150 storie da raccontare.
Eppure le è toccato raccontare di Pantani, il Pantadattilo, l’ultimo eroe da biglia per bambini, fino al doping e alla morte
Pantani rimarrà sempre una biglia, non ce la toglieremo mai di torno. Certo, ora suono la mia orchestrina in sordina, sono più prudente. Però si può cercare di non legarsi mani e piedi, e vale per tutto il giornalismo, usare cervello e sensibilità, saper osservare, guardare. La tv ha inferto una pugnalata mortale al racconto dello sport, ma non si deve perdere la fiducia nella parola, stare invece lontani dall’asettico mondo della free press, da «vigolette, trattino, virgolette», dalla trascrizione del solo parlato e dalle redazioni come uffici bancari e sentirsi pagati da chi sa leggere tra le righe, sentire nel ciclismo quei versi di Ungaretti «Sono un ciclista/ un grido unanime/ un grumo di sogni».
Il vero «grumo di sogni» si forma ancora, per Mura, ne «La fiamma rossa», nello spazio cioé compreso tra la comparsa della bandierina triangolare, rossa, che segnala gli ultimi mille metri prima del traguardo. È lì che «tutto è possibile», come dice Mura, «è la zona dei sogni. È un punto fermo dove tutto può però cambiare, ribaltarsi. È lì che si fa estremo appello alle gambe e al cuore». Proprio come in certi momenti della vita.
 

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